27 agosto 2015

La spirale del fastidio, dell’odio e dell’ignoranza

Ok, il titolo è una merda, ma non importa. Parliamo di cose serie: parliamo di quanto la gente ci faccia incazzare con quel che scrive su Twitter e Facebook (principalmente, ma pure alcune cose su Instagram spingono a strappare occhi e interiora al grido di “Ma cosa scrivi, coglione? Ma che hashtag usi? Ma quanti fottuti hashtag usi? Ma muori male?”).
Vi succede mai di leggere uno status di un amico o, più probabilmente, di qualcuno che avete tra gli amici solo perché dite sì a qualsiasi richiesta, e di pensare che non potete più reggere questa ignoranza, che non potete più reggere l’ennesimo link all’ennesima bufala, l’ennesima cosa fastidiosa, antipatica, stupida, razzista o semplicemente sbagliata?
A me capita in continuazione e sono certo che a molti succeda con quel che scrivo io. Ci sta. La soluzione sarebbe semplicissima, no? A volte la metto anche in pratica: bloccare o defolloware la persona che continua a scrivere cose NO. Però diciamo che la metto in pratica per un 10/15% dei casi al massimo.
Il restante 85/90% delle cazzate continuo a leggerlo perché mi piace vedere quanto la gente riesca a spingersi oltre. E più conosco bene una persona, più questa cosa è amplificata: “Ma pensa te, ma davvero pensavo potessimo essere amici? Ma sono imbecille? Sì, credo di essere imbecille”. Mi piace vedere quanto l’eccessivo entusiasmo si spinga al punto da diventare eccessiva rottura di cazzo. Mi piace vedere quanto la parola “felicità” o “gioia” o “cosabella” che scrivete spesso venga da me letta come “oh, ciao Massimo! Anche oggi voglio infilarti uno spillo sotto alle unghie mentre ti prendo a sberle con uno stronzo di cane, perché forse la mia vita non è davvero meglio della tua ma ehi, è meglissimo! 100mila volte meglio della tua! Lo vedi? Vedi il mio entusiasmo? Eh? Lo vedi, stronzo?”. Mi piace come siate sempre solari, splendenti, luminosi senza mai prendere fuoco. Mi piace quando scrivete l’ennesimo post razzista. Mi piace quando usate la punteggiatura a caso e a cazzo. Mi piace leggere le vostre citazioni filosofiche e i vostri poemetti del cazzo sotto a una fottuta foto di una fottuta spiaggia con un fottuto mare o sotto alla foto di una pizza. Mi piace quando avete il mare dentro, anche se dentro non ce l’avete mai, altrimenti sareste morti. Mi piace anche quando vi proponete per una collaborazione che poi, alla fine, non siete in grado di portare avanti, ma quello non c’entra molto con quel che scrivete su Facebook, è una roba mia. Ma mi piace. Però poi non lamentatevi se non faremo più nulla assieme. Magari sarò io quello a perderci di più, ma almeno in questi casi riesco a “bloccare e defolloware” qualsiasi futura possibilità di aver ancora a che fare con voi. Mi piace anche quando cercate di fare i misteriosi su qualcosa ma sperando che qualcuno vi chieda qualcosa a riguardo e poi fate i maleducati quando qualcuno, effettivamente, vi chiede qualcosa a riguardo.Mi piace tantissimo quando ascoltate musica di merda, ma quello è un problema mio, non vostro, tranquilli. Pure io ascolto musica di merda per quelli che ascoltano musica di merda. Mi piace quando scrivete banalità, perché le scrivo pure io, ma le vostre fanno più schifo delle mie, perché le mie sono mie e insomma, difficile che mi facciano schifo, o non le scriverei. Magari mi faranno schifo tra un mese o tra un anno o tra dieci anni. Le vostre mi fanno cagare subito, e sta cosa mi piace. Mi piace quando sembra che sia sempre tutto bello. L’ho già detto, lo so, ma mi piace tantissimo.
Però forse ste cose non mi piacciono davvero. Anzi, mi fanno vomitare, ma non posso farne a meno. Basterebbe un attimo per non leggere mai più certe cose, eppure preferisco continuare a leggerle. Perché? Non lo so. Probabilmente perché sono stupido.
Sono in questa fottuta spirale di me che odio quello che molta gente scrive e non ne esco. Per scelta.
Ti prenderei a pugni in faccia ma ti prego, scrivi un’altra cosa che mi faccia desiderare di prenderti a pugni in faccia.
Capita solo a me? Mi sa di no.

11 giugno 2015

Foto e un po' di magia

Nel mio ultimo post sullo Zenfone vi racconterò un paio di cose veloci: la fotocamera e l'interfaccia Zenmotion.

Sulla telecamera potrei dirvi mille cose tecniche (i megapixel, l'apertura del diaframma, le varie impostazioni predefinite, la modalità low light, etcetc), ma trovate tutto nel sito Zenfone.
La cosa che voglio fare è molto più semplice: mostrarvi qualche foto!







Tra le varie opzioni a disposizione c'è anche la possibilità di realizzare delle gif semplicemente tenendo schiacciato il pulsante di scatto (questa è gigante, quindi ci metterà un pochino a caricarsi):

Ah, c'è pure la possibilità di farsi più magri in viso e con gli occhi giganteschi, o addirittura con la pelle più bella. Il risultato, nel mio caso, è terrificante:

Molto meglio (ma neanche troppo) se mi faccio un normalissimo selfie.


Ma veniamo un po' all'interfaccia utente. C'è una cosa in particolare che amo moltissimo e che uso sempre: la possibilità di accendere il telefono dando due colpetti sullo schermo (e la possibilità di spegnerlo facendo altrettanto). Può sembrare una stronzata, ma (vista anche la posizione del tasto d'accensione, in alto) per me è molto più comodo così.
Altra cosa simpatica:  le gesture. Disegnando determinate lettere sullo schermo spento è possibile far partire una determinata app. Ad esempio, disegnando la lettera "C" si potrà accedere subito alla fotocamera, disegna la "W" si entrerà nel browser, etcetc. C'è pure il modo di assegnare una determinata lettera a una determinata app, nel caso le impostazioni di default non fossero di vostro gradimento.
La mia gesture preferita è sicuramente quella per accedere a Telegram. 


L'interfaccia Zen Ui permette inoltre una personalizzazione quasi totale del telefono, anche dal punto di vista estetico. Si può addirittura cambiare il modo in cui le icone scorrono da una pagina all'altra: a ventaglio? A libro? A fisarmonica? Esplodendo? Teletrasportandosi? 

Ma, stringi stringi, la cosa che amo di più di questo telefono è sempre la batteria.

10 giugno 2015

I Goonies. Una storia d'amore.

Alcuni aneddoti che raccontano bene il mio amore per questo film, a 30 anni dall’uscita:

1- Il vhs su cui abbiamo registrato la prima tv dei Goonies aveva tutte le pubblicità e avevo imparato non solo il punto preciso in cui c’era la pubblicità, ma anche che pubblicità fosse;

2- Io e mio fratello avevamo un quaderno in cui scrivevamo la data di ogni visione del film. L’ultima volta che ho controllato (fine anni ‘90) eravamo a quota 72;

3- Una volta l’abbiamo guardato quattro volte in un giorno;

4- Un’altra volta l’abbiamo guardato senza audio, doppiandolo tutto dall’inizio alla fine, parola per parola, senza sbagliare praticamente nulla, compresa la parte in spagnolo:



5- Nel 1999 ho iniziato a lavorare in Arena. Sapevo poco o nulla dell’opera lirica. Al mio esordio areniano come venditore di libretti c’era la Madama Butterfly. A un certo punto, prima della pausa, stavo seguendo l’opera e si son messi a cantare “Bimba dagli occhi pieni di malia” e io ho quasi urlato “CAZZO, I GOONIES!!!”, venendo zittito da decine di spettatori;

6- Una delle gag preferite durante i tour con i Canadians (e durante le prove con i Canadians, le cene con i Canadians, qualsiasi cosa con i Canadians) è quella di rifare tutte le scene con Sloth, imitando le voci di tutti i personaggi coinvolti. Io e il Chri sappiamo fare alla perfezione qualsiasi verso di Sloth, sappiamo dire “Cioccolata” come lo dice lui, io ho una laurea e due master nell’imitare Sloth che dice “Ruth! Ruth! Baby Ruth!”, sappiamo a memoria la canzoncina del ramo che si spezza e della culla che cade e, soprattutto, sappiamo rifare alla perfezione il suo “Culla! Cullaaaa!”:



7- E niente, film della vita, senza se e senza ma.

PS: se vi interessa, qui c’è la sceneggiatura originale.

2 giugno 2015

Budapest e la finale di Freshhh

Ecco l'ultima parte della mia collaborazione al concorso Freshhh.
Vi ho già raccontato di cosa si trattasse, ma mi mancava la finalissima a Budapest.

Tornare nella capitale magiara dopo quasi 25 anni m'ha così emozionato da rendermi conto solo in taxi (sul tragitto aeroporto di Budapest - hotel) che in Ungheria l'euro non è ancora arrivato.
Ma andiamo al sodo: l'hotel è sulle rive del Danubio, di fronte al Parlamento e vicinissimo al famoso Ponte delle Catene.
Arrivo alle 11, lascio i bagagli e subito c'è un taxi pronto per portarmi al ristorante, dove dovrei conoscere i partecipanti al concorso, gli organizzatori e gli altri blogger. Fallisco quasi in tutto, non rivolgendo la parola a nessuno, troppo impegnato a scegliere tra il menù 1, il menù 2 e il menù 3. 

Alla fine scelgo il menu 1, giusto in tempo per andare a visitare la location che, il giorno successivo, ospiterà l'evento: un posto fighissimo chiamato Akvàrium, dove a fine mese suoneranno anche gli Einstürzende Neubauten. Una persona di Mol Group ci mostra la sala in cui si svolgerà la finale e spiega ai partecipanti le regole del "gioco". Io mi ritrovo per caso al tavolo col team ungherese e decido che tiferò per loro. Contestualmente a questa decisione pronuncio anche le prime parole delle ultime tre ore oltre a "Menù number 1", avvisando la squadra ungherese che il giorno dopo avrà il mio tifo. Loro ricambiano chiedendomi chi io sia e da dove venga. "Sono un blogger italiano". Uno dei tre mi chiede "Da dove vieni?" in un italiano migliore del mio. 
"Verona" 
"Nice!"

Poi i 5 team (uno ungherese, uno sloveno, uno croato, uno cecoslovacco e uno russo) restano lì a fare ad "allenarsi" e noi blogger (in realtà non ho individuato nessun blogger, ma tanta gente che potrebbe essere un blogger o uno di mol group o un amico di qualche team) siamo liberi di fare i turisti fino a cena.
Il mio "fare il turista" si riduce al passare (per caso) davanti alla basilica di Santo Stefano, attraversare il ponte delle Catene, fare qualche foto al Palazzo Reale, al Danubio, al Parlamento, rientrare in hotel, aprire il pc e lavorare sul calendario editoriale di un paio di clienti, perché ho una certa età e non mi va di strafare.


Finalmente a cena inizio a parlare con gli sconosciuti che occupano il mio stesso hotel e che verranno nel mio stesso ristorante. Il primo a rivolgermi la parola è Talal, un blogger pakistano altissimo. Poi è il turno di Branislava e Jovana, una fashion blogger e una fotografa, entrambe serbe e, per concludere, Perry e Lisa dal Regno Unito. Non la faccio troppo lunga su questi cinque personaggi, ma vi basti sapere che ora abbiamo un gruppo chiuso su Facebook in cui ci teniamo in contatto quotidianamente, ci vogliamo molto bene e stiamo già pianificando di rivederci al più presto.
Abbiamo passato tutta la serata a bere e a parlare di film e telefilm. Siamo tutti abbastanza d'accordo su True Detective, e abbiamo convinto Talal a guardare Oldboy. 
Ma veniamo alla finale, il motivo per cui tutti e sei ci troviamo a Budapest.

I cinque team arrivano all'Akvarium, eleganti e preparatissimi, fanno la loro presentazione sul palco davanti a davvero tantissima gente (oltre che davanti a tutti i manager della MOL, che riempiranno di domande -e avranno utilissime risposte- i 15 studenti) e tutti restiamo colpiti dal team cecoslovacco (sì, cecoslovacco, non è un errore), per la prontezza delle risposte, per la capacità di tenere già il palco alla perfezione e pure per l'inglese senza la minima sbavatura (lo stesso non si può dire del team russo, dove l'inglese in pratica lo sapeva bene solo una persona).


Non scendo troppo nel tecnico, ma lo scopo del concorso era preparare una strategia di lancio di una nuova compagnia petrolifera, sviluppando il progetto da zero, tenendo conto dell'importanza del posizionamento dei pozzi così come quello delle raffinerie, intrecciando anche relazioni il più fruttuose possibili con i concorrenti (gli altri team). Ogni team, seguito da un tutor di MOL, dopo aver fatto la propria presentazione, ha partecipato alla simulazione vera e propria che, vista da fuori, sembrava una gigantesca partita a Risiko, con tanto di posizionamento dei pozzi sulla mappa, oltre che svariati fogli pieni di conti abbastanza indecifrabili per il sottoscritto ma che, alla fine, hanno sentenziato quanto previsto da quasi tutti: il team cecoslovacco s'è portato a casa la meritatissima vittoria (al secondo posto invece il team ungherese per cui tifavo).

La cosa più impressionante è stata vedere questi studenti (tutti davvero molto giovani) "combattere" in maniera così seria per un traguardo davvero importante. La frase che ho sentito (e pronunciato) più spesso, guardando il team cecoslovacco al lavoro, è stata "oh, sembra che questi facciano sto lavoro da tutta la vita". E questo m'ha fatto ripensare un po' alla mia vita di studente universitario, abbandonata a se stessa per anni e poi, una volta ripresa in mano per il rotto della cuffia, mollata definitivamente per andare in giro a suonare!. Non me ne pento neanche un po' ma, col senno di poi, chissà cos'avrei fatto se avessi davvero conseguito quella laurea in ingegneria delle telecomunicazioni. Probabilmente qualcosa di noioso. Forse qualcosa di molto bello.

Tanto di cappello a Mol Group per aver organizzato questa iniziativa alla perfezione sotto ogni punto di vista, e chissà che l'anno prossimo non possa esserci anche un team italiano tra i finalisti, così saprei più facilmente per chi tifare (sperando di essere nuovamente invitato, e sperando soprattutto di ritrovare Talal, Lisa, Perry, Branislava e Jovana!).

Ora devo tornare a Budapest e fare quella roba del turista.

Foto bonus: in aeroporto ho trovato il team vincitore, "Just ask Siri".


25 maggio 2015

Me ne vado a Budapest

Qualche settimana fa un'agenzia mi ha chiesto una mano per promuovere (e raccontare) un concorso rivolto agli studenti universitari e facilmente riassumibile così: MOL Group decide di investire sugli studenti, offrendo un lavoro (e un montepremi di 25mila euro) in cambio di idee innovative.



Tra i vari benefit di questa collaborazione, il viaggio a Budapest per la finale del concorso (e la curiosità per quel che succederà) è sicuramente ciò che mi ha convinto a dire sì: sarà la mia terza volta nella capitale ungherese, ma a distanza di 24 anni dalla precedente.
Immagino che in tutto questo tempo qualcosa sia cambiato.
Lo scoprirò domani.

Dopodomani invece assisterò alla finale del concorso.
Dalle informazioni che mi hanno girato, ho scoperto che si son iscritti più di duemila team, e i cinque finalisti vengono da Croazia, Repubblica Ceca/Slovacchia (uhm), Ungheria, Russia e Slovenia.
Futuri ingegneri ma non solo: studenti di matematica, geologia e altre cose in target con il me di 19 anni fa, quando avevo davanti un roseo futuro da ingegnere delle telecomunicazioni, abbandonato per motivi troppo lunghi da raccontare.

Noi italiani c'abbiamo provato, con 3 team che però non sono arrivati alla finale. Magari sarà per l'anno prossimo. Magari mi iscrivo nuovamente a ingegneria e ci provo pure io.

Comunque: mi avevano già convinto con "pluripremiato hotel di design sulle rive del Danubio" e "chef stellati", ma l'idea di vedere sti giovincelli (immagino siano tutti decisamente giovani) impegnati a lottare gli uni contro gli altri per ottenere il lavoro che desiderano mi interessa altrettanto. Non so perché, ma mi immagino un'ambientazione tipo Colosseo: gli studentelli al centro dell'arena e noi sugli spalti a fare il tifo. Ho il sospetto che non sarà così. Ho visto qualche foto delle edizioni precedenti: il meno elegante è in giacca e cravatta, io all'agenzia ho detto "qui a Milano forse ho una polo blu e un paio di jeans".
Ma io mica devo partecipare alla finale, devo solo fare l'osservatore esterno.

Vabbeh, vedremo.
La settimana prossima racconterò questi due giorni a Budapest, adesso mi concentro sulla solita cosa: il terrore per il volo aereo.

12 maggio 2015

Io e la palestra

Da qualche mese ho iniziato ad andare in palestra. Ci vado al mattino, prima di andare in ufficio. Esco di casa alle 7, arrivo in palestra alle 7.25, ci resto fino alle 8.40. “Ora raccogli la palla”. Non intendeva una delle mie, ma una palla medica. 5 chili. Onesta. “Ora piegati sulle gambe e poi alzati alzando la palla sulla testa. Così, due serie da 15”. Erano solo 5 chili, ma sembravano 500. Tra me e me penso “Ok, avremo finito per oggi”. “Piegamenti”. Adesso vomito. Non vomito. Gentilmente mi concede di farli appoggiandomi sulle ginocchia. Due serie da 10. Non ce la faccio più. “Abbiamo quasi finito”. Trenta addominali, veloci, senza pause. Vomito. Non vomito. Però non vomito. Normalmente faccio quaranta minuti tra tapis roulant, ellittica e cyclette. A caso. Poi faccio un po’ di macchine per braccia e petto. E basta. Sempre a caso, sempre senza sforzare troppo, sempre dopo aver letto bene come usare sti macchinari del cazzo. Tanta ignoranza. Stamattina stavo facendo il mio chest press quando vedo che l’istruttore mi sta parlando. Tolgo le cuffie. “Guarda che secondo me non è l’esercizio giusto per te”. Inizio un dialogo con Cisco, un ragazzo di colore grande sei volte me, che alla fine mi fa “Dai, oggi ti spiego un po’ di cose”. Prima cosa: “Sei grande e grosso, questa macchina non ti serve a niente, vai sulla panca”. Vado sulla panca, mi mette un po’ di pesi per parte e mi fa fare tre serie da 10. Alla fine della terza serie mi viene da vomitare, ma fingo e sorrido. Poi mi fa fare due macchine per il dorso. Quelle son state più tranquille. “Devi metterti così, questa è la posizione giusta, i gomiti così, la schiena così, il sedile a questa altezza, le braccia così, devi sentire che stai caricando questa parte del dorso”. Ok, fatto, molto meglio della panca. Seconda cosa: “A volte vai anche al piano di sopra e fai un po’ di esercizi a corpo libero”. Andiamo al piano di sopra, mi lancia una corda. “Sai saltare la corda?”. Saltare la corda è una delle 10 cose che so fare meglio in vita mia, per fortuna. Salto 10 minuti. Voglio vomitare. Non vomito. Lo ringrazio. Ci salutiamo. Non credo vorrò un personal trainer fisso ma almeno oggi ho imparato alcune cose che prima ignoravo. Vado in doccia. Ho talmente male alle braccia che quasi non riesco a farmi lo shampoo. Sto di merda. Magari vomito in doccia. Non vomito. Esco dalla doccia. Non riesco neanche a vestirmi. Mi vesto. Esco. Percorro i cento metri tra la palestra e l’ufficio impiegandoci 10 minuti. Prendo l’ascensore. Entro in ufficio. Saluto tutti, mi metto sul divano. Vomito. No, non vomito, però inizio la settimana con dieci minuti sul divano. Ora ho male ovunque. Non ancora.

6 maggio 2015

[Le ricette di Dietnam]: La pasta col burro

Inizia oggi la rubrica "Le ricette di Dietnam", che vi terrà compagnia da qui a fine Expo.
Ho deciso di entrare nel dorato mondo dei foodblogger/chefblogger dopo aver letto alcune ricette talmente complicate che anche Kishka (il mio gatto senza denti) sarebbe in grado di preparare usando solo le zampe posteriori.

Andiamo subito al dunque: la pasta col burro.

Ingredienti per 2 persone:
-pasta 200gr
-sale grosso
-burro 40gr
-parmigiano qb

Fate bollire l'acqua. Una volta compiuto questo gesto eroico buttate un pugnetto di sale e la pasta, dopo aver controllato quanto deve cuocere (sulla confezione ci sarà una scritta simile a "10 minuti" o qualcosa del genere).
Nel frattempo mettete 20 gr di burro in ogni piatto.
Scolate la pasta.
Buttatela nei piatti.
Mescolate.
Buttateci il parmigiano.
Mangiate.

Alla prossima!
(spoiler: la prossima ricetta sarà "Preparare il caffè con la moka")

22 aprile 2015

Scrivo male ovunque

Da quando i tasti fisici dei telefoni sono stati rimpiazzati dal touch non sono più in grado di scrivere.

Ho provato milioni di tastiere diverse, alcune anche col T9 (e i tasti disposti come su un normalissimo telefono che ho avuto tra il 1999 e il 2010): la merda della merda.
Ora sto utilizzando swiftkey, ma spesso devo cancellare e riscrivere sei volte, perché ho i polpastrelli diversamente abili, e credo che la colpa sia anche delle dimensioni dello schermo.
In vita mia son passato dai 3,7" dell'Htc Desire ai 4,7" del Padfone2 di Asus ai 4,95" del Nexus 5. In mezzo a questi ci son stati anche un paio di Blackberry (uno non credo di averlo mai usato, l'ho rifilato subito a mio fratello, che probabilmente ancora mi odia; l'altro è stato il mio primo telefono aziendale appena arrivato a Milano, ma ha cessato di vivere dopo pochi mesi).
Con ogni telefono ho pensato "dai, ora forse la smetterò di fare seimila refusi". Il tempo di provare a scrivere e il risultato è sempre lo stesso. A questo punto inizio a collezionare certezze: la colpa è chiaramente mia.
Eppure ho le mani piccole, e le dita sono proporzionate alla dimensione delle mani. E i polpastrelli alla dimensione delle dita. Niente da fare: sono l'equivalente touch di un medico che deve scrivere una ricetta.

Da qualche settimana ho fatto il passo successivo: i 5,5" dello Zenfone 2 che mi ha regalato Asus. Sembra enorme rispetto al Nexus 5 ed è un'utopia usarlo con una mano sola mentre con l'altra preparo la cena.












Certo, ha l'opzione per ridurre l'area di utilizzo dello schermo, così da poterlo usare una mano sola, ma evidentemente sono un caso irrecuperabile di incapacità di digitazione corretta al primo colpo.



















Esteticamente però è proprio belloccio. Un paio di sere fa l'ho usato con Popcorn Time e devo dire che lo schermo più grande dei suoi predecessori s'è fatto amare parecchio.

Ah, dimenticavo: ha i tasti sul retro (per il volume, per catturare uno screenshot, per fare le foto, e sicuramente per fare altre mille cose che ancora non ho scoperto), così sui bordi non c'è niente che possa intaccare il design del tutto (e non a caso l'hanno presentato durante la Milano Design Week).

Comunque il vero problema è che, se prendo in mano una penna e provo a scrivere qualcosa, il corsivo non so più nemmeno cosa sia (il risultato sembra un misto tra l'arabo e l'alieno) e lo stampatello impiego più tempo a decifrarlo che a scriverlo.

I vicini hanno appena urlato: forse ha segnato qualcuno in Champions.


10 aprile 2015

Ho un telefono nuovo

Da qualche giorno ho iniziato a usare uno Zenfone2. La mia precedente esperienza con Asus era stata molto positiva ma si era conclusa in modo tragico: il mio amato Padfone schiacciato sotto le ruote della mia stessa auto. Non sto a darvi ulteriori dettagli, diciamo solo "sfiga clamorosa".

Il primo impatto con lo Zenfone è stato sicuramente "che jeans devo comprare per tenerlo in tasca?". Oltretutto ho le mani piccole e quindi devo usarle sempre entrambe (anche se c'è l'opzione per usarlo con una mano sola, rimpicciolendo lo schermo), perché 5 pollici e mezzo non sono pochi. Nota positiva: smetterò totalmente di controllare i messaggi che ricevo quando sto guidando, allungando sensibilmente la mia aspettativa di vita.

Il secondo impatto è stato: oh, sto cenando e ho ancora il 30% di batteria.
Ecco: questa è la cosa che più mi interessa in un telefono. Voglio uscire di casa al mattino e sapere che non mi serviranno le trentasette batterie esterne che ho comprato o che mi hanno regalato negli ultimi due anni, soprattutto ora che non giro più con borse, zaini e, a giorni, una giacca.
E un'altra cosa molto positiva è che si ricarica molto velocemente (nel sito dichiarano 60% di ricarica in 40 minuti, non ho controllato col cronometro in mano, ma ci mette sicuramente meno di altri telefoni che ho avuto).

Come si può notare dalla foto, sfrutterò le dimensioni dello schermo anche per godermi PopCornTime (solo io e Riccardo - tafka Mist - lo usiamo con quella leggera ma spiacevole sensazione di "oddio, potrebbe essere l'ultima volta che lo uso! Oddio, domani chiuderanno tutto e arresteranno tutti!"?) quando sarò troppo pigro per alzarmi dal divano e accendere il computer o recuperare un tablet. 

Vabbeh, adesso vado a comprare un paio di pantaloni con i tasconi sulle cosce. Son già tornati di moda, no?