25 novembre 2014

Correre!

A volte ci provo, pur continuando a ripetermi quanto non mi piaccia.
A volte riesco anche a farlo quasi tutti i giorni per due mesi di fila, con risultati in costante miglioramento. Parto con un paio di km, che diventano quattro, cinque, sei, sette, e ci metto sempre meno tempo.
Poi, all'improvviso, smetto.

Di solito smetto quando i risultati (sia agonistici che sulla bilancia) iniziano ad essere interessanti.
Smetto quando sono preso bene, quando il fiatone tarda ad arrivare, quando la fatica corre più piano di me.
Non c'è un motivo.
Mi illudo anzi che sia semplice sfiga: ecco, oggi piove, andrò domani. Oh no, piove anche domani.
E intanto è passato un mese.
E ho pure ricominciato a mangiare di merda.

Ma i motivi per cui correre è una mezza tortura ben prima di diventare un piacere sono molti, e li uso tutti come ridicola giustificazione.

Di solito la prima rottura di coglioni è la preparazione. Arrivo a casa, tolgo tutto quello che è ricollegabile all'attività lavorativa (jeans e maglietta, 9 volte su 10, 12 mesi su 12) e indosso pantaloncini, maglietta, calze e scarpe.
Facile, direte voi.
Ecco, questo processo di preparazione mi toglie normalmente il 50% della voglia. Se riesco a superare questo ostacolo è già un successo. Più di una volta mi son ritrovato in mutande a dirmi "ma vaffanculo va, adesso mi butto a letto e ciao".

Poi, non contento, devo avere anche tutto il necessario per monitorare i miei risultati.
"Tutto il necessario" è essenzialmente il telefono.
Ho seimila fasce da braccio in cui infilare il telefono, ma quasi tutte hanno lo spiacevole svantaggio del darmi un fastidio maledetto. Non è un problema loro, lo so.
Ma io odiavo anche mangiare a tavola con la tovaglia, perché il solo contatto della stessa con le mie mani o braccia mi faceva venire i brividi. Poi, a 10 o 12 anni, me la son fatta passare. E ho anche sempre odiato eventuali pieghe dei tappeti, che dovevano essere sempre perfettamente distesi e se vedevo una piega andavo fuori di testa. Tranquilli, m'è passata pure questa.
Quindi ecco, le fasce da braccio in cui infilare il telefono mi fanno girare tantissimo il cazzo.
L'alternativa è tenere il telefono in mano, ma un nexus5 non è esattamente il massimo della comodità. E poi ogni tot devo cambiare mano, perché mi sembra giusto sfiancarne una e poi l'altra.
Comunque: un po' lo lascio nella fascia, un po' lo tengo in mano, un po' bestemmio.

Altro problema: corro solo se posso ascoltare della musica, altrimenti mi rompo il cazzo.
E quindi c'è il problema degli auricolari, perché quei fili di merda finiscono sempre per toccarmi, e il mix sudore + cavi degli auricolari mi fa sbroccare. Ma anche senza il sudore, eh.
Ok, allora li faccio correre (anche loro) dietro al braccio, o dentro alla maglietta, o entrambe le cose, ma mi toccano, sempre e comunque. Probabilmente questo starmi sul cazzo dei fili che mi toccano è collegato anche al fatto che, quando vi saluto, è abbastanza raro che vi baci. Non vi basta un ciao? Cosa cazzo avete sempre tutti da baciarvi quando vi salutate? Se vi bacio è perché ci conosciamo bene e/o vi voglio particolarmente bene e quindi non rientrate (più?) nella categoria "se mi tocchi mi dai fastidio".

Quindi ecco, corro sempre con una punta di fastidio legata a qualcosa: la fascia troppo stretta, le mutande messe male, i cavi degli auricolari che mi baciano, il sole, le foglie, quelli col cane, quelli col gatto, quelli, etcetc.

Adesso però ho deciso di ricominciare a correre (potrei anche rompere il tabù del correre al mattino, una cosa che, stranamente, odio), ma correrò sempre con questi mille problemi.
Sì, sono un po' malato. Lo so. Non è così male, dai.
Per dire: in bicicletta non passo mai sulle strisce pedonali, ma sempre tra una e l'altra. Se toccassi il bianco delle strisce con la ruota probabilmente la vita sulla terra sparirebbe all'improvviso.
E mi sta terribilmente sul cazzo andare a letto con le mani perfettamente asciutte, quasi secche, quindi evito di asciugarle troppo bene quando le lavo prima di dormire.
Avrete anche voi delle manie, no? Ecco, io ne ho tante, ma le nascondo abbastanza bene.
Un giorno magari le elenco tutte. Più probabilmente non lo farò.

Però un problema maledetto l'ho risolto: i cavi degli auricolari.
Da quando ho questo lettore bluetooth/nfc della Sony non ho niente che colleghi le mie orecchie al telefono, e la vivo decisamente meglio. Sì, in verità potrei pure lasciare a casa il telefono (e la fascia da braccio e le relative bestemmie), visto che le canzoni le posso anche mettere direttamente nelle cuffie, ma poi come farei a sapere quanto ho corso e quanto tempo c'ho messo?

Venite a correre con me, è divertente!

9 novembre 2014

Parapendio vs Me

Quando Alessia mi ha invitato al blogtour per scoprire Cervinia e Valtournenche ha detto quasi subito la parola "parapendio". E io ho risposto "bello, ma preferirei fotografarvi da sotto e ammazzarmi di cibo piuttosto che di terrore".
Ho mantenuto tale linea di pensiero fino al momento in cui l'istruttore, guidando fino al luogo della paura, non ha iniziato a raccontarci l'origine di questo sport (tutto è nato a metà anni '80 grazie a un gruppo di paracadutisti francesi sbronzi e un aereo rotto), le sensazioni del volo, il senso di libertà e altre cose più tecniche, come la ricerca delle correnti ascensionali. Mi aveva quasi convinto. 
Poi ha detto "noi che siamo stati i primi abbiamo attraversato anche periodi drammatici, in cui sperimentavamo nuovi materiali, nuove vele, nuovi cordini, che a volte si rompevano, si allungavano, etcetc. Io sono fortunato ad essere qui a raccontarlo, altri non lo sono stati altrettanto". 
In quel momento ho deciso che non mi sarei mai lanciato. Strano, eh?
Ovviamente hanno scelto tutti la tecnica dell'ignorare questa mia decisione, probabilmente facendo leva sul fatto che le mie tre compagne d'avventura si sarebbero lanciate senza problemi, per poi pigliarmi per il culo fino al 2058.

Insomma, ci hanno caricati sulla navetta che ha portato il mio culo terrorizzato sul prato di lancio. 

Nel giro di due minuti le vele erano pronte e quindi i primi due volontari dovevano lanciarsi.
"Col cazzo che mi lancio per primo, se devo lanciarmi".
Errore gigantesco, perché così ho potuto seguire i lanci altrui nel dettaglio, e aspettare poi quaranta minuti per il ritorno degli istruttori, pronti ad imbragare e lanciare anche il sottoscritto.
Quaranta minuti interminabili.
Ormai ero lì, sapevo che mi sarei lanciato.

Sono arrivati.
Mi hanno imbragato (bestemmiando un pochino per le mie dimensioni. Quasi non entravo nel sellino. Credo mi abbiano chiesto venti volte "le palle stanno bene?". Le palle stavano benone, erano le cosce e la panza a soffrire), mi hanno dato la GoPro e poi mi hanno detto di correre. Ah, inutile dirvi che non mi sono lanciato da solo, ma legato all'istruttore.
Dopo dieci secondi ero col culo a svariate centinaia di metri da terra. Ovviamente avevano ragione loro: non c'è un vero momento di panico o di cuore che esplode, perché il decollo è delicatissimo. Poi guardi giù e capisci di aver fatto una mezza cazzata, ma dura un attimo, perché inizi subito a guardarti attorno e ti godi il panorama. Ti godi anche il freddo porco, soprattutto se sei un pirla senza guanti che deve reggere il bastone della GoPro.

Ovviamente ho ripreso tutto, quindi nei prossimi giorni caricherò il video per mostrarvi un mix di terrore e pace interiore e freddo e risate e ommioddio che piccoli quei cavalli!

Lo rifarei? Credo di sì. 
Vi consiglio di provarlo? Assolutamente sì. Non potete essere meno coraggiosi di me, quindi per voi sarà una passeggiata.

Ricordatevi di chiedere di Jean Claude o di Paolo: li conoscono tutti nei dintorni di Cervinia e Valtournenche, ed entrambi hanno un sacco di cose divertenti da raccontarvi sia prima che durante che dopo il volo.

A me, subito dopo l'atterraggio, hanno detto:
"Ah, non te l'ho detto prima, ma avevamo anche un paracadute d'emergenza".
Avrebbero dovuto farmi lo scherzone e, a metà volo, dirmi "ah cazzo, ho dimenticato il paracadute d'emergenza".

Subito dopo mi sono ammazzato di fonduta.

3 novembre 2014

I telefoni della mia vita

Dal Nec Db2000 al Nexus 5.

15 settembre 2014

La mia Festa della Rete

Cose che mi son piaciute molto: tutte quelle che ho visto e sentito, a parte Pinuccio e il monologo di Chef Rubio.
Cose che non mi son piaciute:

14 luglio 2014

Il budget

Attiro la tua attenzione perché faccio una cosa che potrebbe interessarti.
Mi dici di scriverti per spiegarti bene questa cosa che faccio e sulla quale si potrebbe collaborare.
Ti scrivo, ti spiego bene la cosa, ti faccio chiaramente capire che, per questo genere di collaborazione, o mi paghi o amici come prima.
Mi rispondi che non hai soldi ma che, se voglio, potrei fare pubblicità al tuo servizio, utilizzandolo e facendo vedere a tutti che lo sto utilizzando.
In tutto questo vorrei capire per quale motivo dovrei dirti di sì, non riuscendo davvero a capire in che modo un'eventuale collaborazione potrebbe far comodo a entrambi.